Villa Lazzaroni

Villa Lazzaroni è un importante esempio di trasformazione, alla fine del secolo XIX, di un insediamento agricolo e produttivo del suburbano di Roma in residenza padronale, fenomeno molto diffuso in quell’epoca. Situata nel tratto urbano della via Appia Nuova, è frequentata dai cittadini della zona che qui trovano, nell’edificio principale della villa, la sede del VII […]

Villa Lazzaroni è un importante esempio di trasformazione, alla fine del secolo XIX, di un insediamento agricolo e produttivo del suburbano di Roma in residenza padronale, fenomeno molto diffuso in quell’epoca. Situata nel tratto urbano della via Appia Nuova, è frequentata dai cittadini della zona che qui trovano, nell’edificio principale della villa, la sede del VII Municipio.

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Sembra plausibile datare l’acquisizione dell’area e la trasformazione dell’edificio da parte della famiglia Lazzaroni agli ultimi decenni del sec. XIX. All’epoca i Lazzaroni, famiglia di nuove fortune, titolata di baronia motu proprio di Umberto I dell’aprile 1879, risultavano proprietari del Palazzo Grimaldi a largo dei Lucchesi e di alcune tenute nell’Agro romano, come quelle di Tor di Quinto e Leprignana. La realizzazione di una villa “di delizia” era quindi indispensabile per completare l’immagine dei neoaristocratici in cerca di legami, almeno simbolici, con la grande nobiltà romana dei secoli precedenti.
I lavori di ristrutturazione effettuati nella vigna sulla via Appia Nuova si limitano comunque all’ampliamento del casale rustico preesistente. L’intervento di riqualificazione dell’edificio fu incentrato sulla decorazione del prospetto settentrionale e l’inserimento di un corpo occidentale per dotare l’edificio di un grande salone da adibire a balli e ricevimenti. Il parco fu una creazione originale dei Lazzaroni, concepito come ricco giardino padronale, seguendo il gusto paesaggistico eclettico tipico della fine del secolo scorso. Si possono ancora riconoscere quattro fontane rustiche, a scogliera di tufo, sistemate nei punti cruciali del sistema viario; due, circolari, coronano gli slarghi prospettici che raccordano i diversi percorsi, altre due abbelliscono, assieme ad alcune aiuole, le aree antistanti il prospetto nobile e il salone dei ricevimenti. L’accurata selezione delle essenze botaniche andrebbe collegata alle attestate competenze in materia di giardinaggio del barone Michele. Sono oggi presenti alcuni vecchi ulivi, che testimoniano l’origine agricola della villa, allori, un mandorlo di 130 anni, pini da pinoli e pini di Aleppo, abeti, tassi ad ombrello. Elementi di impronta esotica sono la Pawlonia tomentosa, araucaria, Acacia karoo, Lagerstroemia, albero di Giuda, Gingko biloba.
Dagli inizi del ‘900 alterne vicende hanno alterato l’aspetto e le proporzioni del complesso. Già nel 1908 esso venne utilizzato come ricovero per gli orfani del terremoto di Messina. Scongiurato nel 1930 il pericolo di una probabile lottizzazione dei terreni, la Villa passò, dopo l’ultima guerra, in proprietà dalla Provincia Italiana dell’Istituto delle Suore Francescane Missionarie di Maria, che ampliarono l’edificio principale. Nel 1960-61 vennero, inoltre, costruiti un orfanotrofio (poi diventato asilo) e una chiesa (oggi trasformata in teatro).
Sempre in quegli anni, con una permuta vennero ceduti al Comune 2 ettari di parco a nord, e venne realizzato un muro divisorio tra le due proprietà con il risultato di alterare pesantemente l’aspetto del giardino. La successiva risistemazione del giardino cambiò ulteriormente l’assetto paesaggistico con l’inserimento di nuove attrezzature (pista di pattinaggio, campi di bocce, giochi per bambini), ma soprattutto di nuove alberature estranee alla sistemazione originaria.
Nel 1979 il Comune di Roma acquisì tutta l’area, ristrutturò l’edificio padronale adibendolo a sede degli uffici della IX Circoscrizione e abbatté il muro divisorio.

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